Credo sia sfiorato anche a te il pensiero

Della tristezza che sicuramente devono provare gli astronomi

Nel vedere una stella cadente passare.

Innanzitutto per il loro nome

(Chiamiamo stella ciò che non lo è

E quasi chiamiamo ogni cosa con quel nome)

Poi per la fenomenologia della bellezza;

Le meteore bruciano e solo allora

Sono meno pericolose, più belle,

Più desiderabili e più invidiate.

Che pena essere una roccia bella solo quando muore!

Così anche gli amori al di qua dei desideri

Belli solo quando moribondi

Portano poesia solo nella tristezza,

La bellezza solo nella morte:

È l’avvicinarsi tanto al sole, ma mai troppo, che genera poesia.

Troppo vicino sarebbe un errore: nessuno vedrebbe.

Troppo lontano, uno spreco: nessuno desidererebbe.

Ecco la giusta distanza tra la meteora e il sole:

La coda, simbolo di scioglimento di tutto ciò che una meteora ha

-o quasi.

Simbolo di scioglimento dell’esistenza.

La Bellezza e La morte.

Il desiderio di bellezza nella morte.

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Certo che ancora ti penso

E tutte le cose hanno un tono di colore in meno

Tutto e un po’ più sfocato

Ci vedo un po’ meno

Sento meno il dolore,

Quasi neppure mi piace più

E sai che nemmeno piango più tanto spesso

Certo che ancora ti penso

MA sei così lontano,

Così tanto,

Che non riuscirei ad ascoltarti nemmeno se gridassi

È come se mi allontanassi da te

Stando in una scatola trasparente

Che si rimpicciolisce sempre di più

E io grido e piango

MA per quanto faccia mi rassegno all’idea di morire in uno spazio chiuso

Una gabbia, forse, dicesti tu

Lontano, lontanissimo da te.

Però ti osservo e l’unico punto brillante

Sono ancora i tuoi occhi mentre sorridi d’amore.

Era da tanto che non c’eri.

Sfocato mi sei venuto vicino

Trattenendo in mano le parole

Le nuove, assieme a quelle già dette.

Persino una data, dei numeri vecchi

Ti hanno trasformato la mente e gli occhi

Ti ricordi?

Certo che ricordo

E sempre sbiadito, ma mai più di questo,

Nel retro della mia insicurezza resti.

Non voglio essere bella per nessuno.

Non ho nulla da mostrarti,

Ho solo da perdere.

Non posso prometterti niente,

Ho solo passato.

Non posso amarti

Mi è impedito.

Come tu fossi unico mezzo

Che da un deserto può farmi uscire

Come tu fossi unica barca

Che dal mare può salvarmi

E io, invece, non so fischiare.

Non so farmi guardare

Non posso farmi trovare.

Vorrei chiamarti amore

Farti scivolare addosso un nome

Un affetto caro, una carezza

Attraversarti il cuore lentamente

E farlo sanguinare solo di rado, solo d’amore.

Se ti chiamassi amore

Ne morrei: nè saprei dirti il mio nome

Nè saprei dire il tuo.

Chiamandoti amore tu scompari

E riaffiorano invece i miei traumi,

Le mie bestie mentali

La carne che ho squassato e che imputridisce ancora.

Vorrei tanto amarti

Ma proprio non posso

Me lo vieta questa voglia di uccidermi

E con me, di uccidere anche te.

Che sollievo ritenerti lontano dal cuore!

Che sensazione, che gioia immensa!

Infinita mi investi di vecchie notizie

Ti penso ancora,

Ti amo ancora,

Non te ne andrai mai.

Che sollievo ritenerti lontano dal cuore!

Ci penso quasi a dartene la residenza altrove

Si si, proprio altrove

Al di là del mio cuore

Al di là del passato

Al di là più in là

Ma sempre vicino a me.

La sublimazione divina

Di te temo:

Non essere in grado di generare

Una religione monoteista.

La sublimazione divina di altri

Io temo:

Di creare un olimpo nel mio cuore

Di ergerti a capo supremo del tradimento

Io mai la tua Era,

Solo qualche mortale ancella

Ancora devota al tuo culto.

La sublimazione divina mia

Io temo:

Di credermi tanto presuntuosa

Nel fingermi dea

E mi piacerebbe tanto esserlo

Ma degli dei ho solo desideri

Dei mortali, piuttosto,

Passioni, struggimento e morte mi appartengono:

La sublimazione divina

Io non la temo

Perché se pur politeista

Questo cuore non smetterà di eleggerti

Capo supremo degli dei